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[1] Cecità e sessualità

Di Antonino Cucinotta

Ho letto con molto interesse l’articolo «Il corpo negato» dell’amica Alessandra Cordedda, riportato dal Corriere Braille n. 15 del 2009, nel quale si tratta la sessualità nei disabili (io qui mi riferisco esclusivamente ai soli minorati della vista). $è anche troppo diffusa l’opinione che la cecità sia la minorazione più grave, ancor più appesantita da pregiudizi, prevenzioni, ignoranza ed errori di conoscenza del problema e di corretta valutazione dello stesso. Si parla spesso a vanvera e si fanno affermazioni che, a volte, denotano scarsa intelligenza; a volte, ignoranza delle situazioni e delle reali potenzialità dei ciechi. Ma sono rimasto vivamente sorpreso negativamente ad aver trovato nell’articolo della Cordedda il pensiero di esperti e della «pedagogia moderna» riguardante l’opportunità di non parlare ai ciechi dell’attività sessuale dalla quale, in quanto tali, devono essere esclusi. $è questo un pregiudizio da me sconosciuto e mai sentito tanto da ritenerlo impensabile e non può che farmi solamente sorridere. Va detto, che se i ragazzi ciechi hanno come educatori gente di mentalità così angusta e retriva, c’è davvero da amareggiarsi e da perdere ogni fiducia nelle capacità di riscatto della categoria. Con ciò essi ritornerebbero alla mentalità oscurantistica che ha caratterizzato la cecità nei secoli scorsi, quando si pensava che un cieco o una cieca non dovesse pensare ad altro che all’impegno di accettare la sofferenza per meglio meritarsi «il Paradiso». Essi ignorano che quei tempi sono ormai superati ed oggi i minorati della vista d’ambo i sessi, senza altre minorazioni aggiuntive, sono in grado di autogestirsi, di essere artefici del proprio destino e di non dipendere dalla volontà altrui. Tali educatori dovranno quindi convincersi che il ragazzo cieco non può essere considerato un «burattino» nelle mani di taluni adulti ed educatori. Sarà quindi opportuno che essi, per quanto riguarda i ciechi mandino al macero i documenti ufficiali che sanciscono tali anomalie e sostengono che il «sesso» è prerogativa esclusiva dei normo-dotati. Per loro i ciechi non possono avere né autonomia affettiva né capacità sessuali. Mi pare calzante l’ironia della pedagogista Cordedda quando dice che «così la sindrome di Peter Pan sarebbe diffusa tra i ciechi che rischierebbero di vivere come angeli asessuati e perenni bambini in attesa di crescere». Mi piace qui riportare il pensiero della predetta Cordedda che inizia il suo articolo dicendo che «la sessualità è come l’acqua: non può essere attraversata senza sentirsi immersi». In tale acqua si immergono naturalmente, consapevolmente e coscientemente i ciechi di ambo i sessi soprattutto se rieducati, istruiti, inseriti socialmente e portati a conoscere il problema sessuale attraverso la lettura di libri e di riviste, fra cui Kaleîdos, e attraverso conversazioni con i genitori, con amici e con amiche in una realtà disinibita e senza reticenze di alcun genere quale è oggi. Ciò metterà in grado di comprendere i problemi sessuali in generale e individualmente comprendere ciascuno la propria maturazione fisiologica. Ogni persona, e quindi anche ogni cieco, possiede una propria sensibilità che, ad ogni occasione, fa esplodere il desiderio, l’emozione, il brivido, il sentimento d’amore che spinge irresistibilmente al godimento sessuale. Basta anche una sola parola pronunciata con il sorriso sulle labbra, basta una stretta di mano, una dimostrazione di gradimento dell’occasione perché il giovane apra l’anima all’illusione, alla speranza fondata di poter giungere al matrimonio o anche alla convivenza. Bisogna sottolineare che sono le esperienze personali i nostri maestri che ci guidano ad affrontare queste interessanti e propulsive situazioni esistenziali. Io felice della mia esperienza coniugale, voglio dire ai giovani ciechi di non demordere, di non scoraggiarsi, di farsi una personalità che si imponga all’ammirazione e alla stima altrui fino ad arrivare a trovare la «persona giusta». Appare chiaro, come dice anche la Cordedda, che la sessualità è «un elemento primario» della vita e «l’autonomia personale ne è il presupposto». Pertanto, al fine della rieducazione sessuale, non ritengo né utile né opportuna la partecipazione dei ciechi a corsi mirati che, secondo me, li metterebbero in cattiva luce, considero, invece, opportuno lo svolgimento di corsi sanitari informativi non solo per i ciechi, ma anche e forse soprattutto per genitori, per esperti, psicologi ed insegnanti per far loro comprendere il comportamento più corretto e più efficace per non reprimere i sentimenti, e per imparare ad usare nella maniera più propria anticoncezionali e altre pratiche connesse.

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